» Storia di uno scorpione – Finale
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Nonostante il caos che lo circondava Balthasar scorse subito il proprio cliente, intabarrato in un logoro mantello verde ed intento a fingersi parte integrante della marmaglia che lo circondava. Un tentativo inutile che sortiva solo l’effetto opposto, perché tanto la mole quanto l’evidente disagio di Pintus Caius Atreius lo facevano spiccare fra braccianti e contadini come una moneta d’oro in un campo di rape.

 

– Mi offrite da bere, mi auguro.

Era arrivato alle spalle dell’uomo senza farsi notare e a sentirsi parlare nell’orecchio quello sobbalzò. Rasserenato dall’identità del misterioso bisbigliatore gli fece cenno con la testa di seguirlo presso il bancone, dove con un gesto un po’ goffo lo invitò a scegliere lui l’ordinazione.

– Due caraffe di Lykeòn.

Il barista – un giovane elfo dai tratti efebici e dal sorriso gentile – versò il liquore e si allontanò. Caius Atreius lo divorò con lo sguardo, gli occhi appannati da fantasie che Balthasar non osava nemmeno intuire ma che temeva andassero ben oltre ciò che il suo partner immaginario avrebbe mai potuto apprezzare. Si rese conto di provare un profondo disgusto per quell’uomo.

– Messer Atreius, se avete finito di fissare il taverniere…

– Certo, certo. – disse lui spostando lo sguardo sul suo impiegato. – Chi l’avrebbe mai detto che in un posto così sudicio potesse esistere una creatura simile. Il canto degli angeli non potrebbe renderebbe grazia a…

– Già già già. – lo interruppe Balthasar agitando una mano, infastidito. – Sono sicuro che volete uscire da qui al più presto, no? Quindi concludiamo.

L’uomo ne convenne, dopo di che restò in silenzio. Lui e Balthasar si guardarono per almeno mezzo minuto, prima che uno dei due si decidesse a parlare.

– Allora?

– Allora cosa?

– L’oggetto! L’articolo! La mia preziosissima Corthea.. L’avete ritrovata? Dov’è?

– Certo che l’ho ritrovata. E’ qui con me.

L’uomo si guardò attorno, confuso. – Qui dove? Non vi capisco. – Balthasar annuì, indulgente. – Uno smarrimento comprensibile. Questione di attimi… ecco.

Si frugò in una tasca del gilet per qualche attimo, quindi tiro fuori una mano chiusa a pugno. Quando l’aprì rivelò ad uno stupefatto Caius Atreius un meraviglioso esemplare di Latastei nana, un anfibio noto per infestare le paludi a sud della città. L’essere fissò con occhi curiosi il grasso umano che le stava davanti.

– E’ stato difficile scovarla, ma alla fine le mie ricerche hanno dato i dovuti frutti.

La confusione negli occhi del mercante si trasformò lentamente in una gelida calma. Balthasar, dal canto suo, continuava a sorridere mostrando quanti più denti possibile.

– Non apprezzo gli scherzi, messer investigatore.

– Oh no, nessuno scherzo!

– Non ricordo di avervi chiesto di trovare una rana.

– Certo che no, quale idiota pagherebbe una cifra come quella che mi avete promesso per una rana?

Una vena sul collo del mercante prese a pulsare con ritmica furia. – Dunque perché me ne mostrate una? Dove-è-Corthea?

– Ma è proprio qui! Si è trattato di uno sfortunato incidente sulla via del ritorno. Un incontro con uno stregone della Scuola dei Mutaforma, purtroppo. Ancora non mi spiego cosa lo abbia tanto infastidito, forse è stata la capigliatura della vostra giovane schiava. Fatto sta che l’ha trasformata.

– La mia schiava è stata trasformata in una rana. – ripeté il mercante.

– Esattamente. A questo punto vorrei portare la vostra attenzione su quanto segue. – Con un gesto Balthasar posò la rana sul bancone, carezzandole la testa con il mignolo, per poi sventolare con l’altra mano una pergamena ingiallita. Sul fondo c’erano due firme, una delle quali recava una grossa “A” svolazzante. – Come potrete notare la clausola 7 bis, comma 1, paragrafo C, recita chiaramente che nessuna responsabilità derivante da artefatti magici, stregonerie o cataclismi naturali è da imputarsi al prestatore di servizio durante lo svolgimento dell’incarico. Incarico che io ho concluso, per quanto possa dolermi dell’incidente. – Si appoggiò con i gomiti al bancone, il sorridente. – Sono sicuro che troverete una soluzione. Dunque, si era detto cinquanta sesterzi, no?

Il mercante non rispose. Continuava a fissarlo, due iceberg al posto degli occhi. Quindi alzò un braccio e schioccò due dita. Dalla folla emersero due ammassi di muscoli alti e larghi dalla forma vagamente umana, più simili ad armadi.

– Nonostante io apprezzi l’umorismo, messer Investigatore, troverete che ai miei collaboratori il vostro spirito sarà meno gradito.

Stringendosi nelle spalle, Balthasar si scolò il Lykeòn rimasto con una sorsata avida; quindi balzò giù dallo sgabello, rapido come un gatto. I due uomini indietreggiarono di un passo, mentre lui gli offriva quel ghigno a metà fra il folle e lo sprezzante.

– Come disse lo scorpione alla rana, “non posso farci nulla: è la mia natura”. Guardie in alto ragazzi, vediamo che sapete fare.
 
 
Quando Keyra lo trovò era già notte inoltrata. Il fremito della magia lo scosse dal sonno in cui era piombato, riportandolo bruscamente ad una realtà di dolori lancinanti. Doveva essere rimasto steso in quel vicolo per delle ore: o erano stati giorni? A giudicare dal suo stato dovevano avergli rotto tre costole, qualche dente e lasciato una discreta dose di lividi sparsi. L’orgoglio, per fortuna, era intatto. Vide il volto della sua giovane segretaria, illuminato dalla luce delle due lune, fissarlo con una sorta di delusione mista a pietà.

– Sei davvero un idiota.

Lui tentò un sorriso, rischiando così di ingoiare un dente. La giovane lo aiutò a rialzarsi, continuando a tenergli una mano premuta contro la schiena nuda. Dal punto di contatto l’incantesimo curativo fluiva in ogni sua cellula, lenendo il dolore.

– Lo sai che non me la cavo bene come infermiera. Ti resterà qualcosa di rotto.

Zoppicante e con un braccio attorno alle fragili spalle di lei, lui mormorò qualcosa.

– Non ti capisco, parla più forte.

– … Salvami i denti. Le donne vanno… pazze… per i miei denti.

Nonostante la confusione e la penombra lunare, gli sembrò di vedere un sorriso stendersi sul volto della giovane. O forse era proprio il buio ad ingannarlo. In ogni caso, non lo avrebbe mai scoperto.

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