» Storia di uno scorpione – 4
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La ragazza gli apparve ben diversa da come se l’era immaginata. Guidato da una scorata Sorella Ana, la trovò seduta a capo chino su un letto di paglia, in una stanza bianca e vuota, con le braccia attorno al ventre evidentemente gravido. Avrà avuto a malapena venticinque anni. Sollevò la testa di scatto, rivelando due occhi acquosi e un volto dai tratti vagamente cavallini. Se mai avesse dovuto sorridere, il suo sarebbe stato un sorriso più roseo che bianco.

 

Un ipotesi destinata a rimanere tale: come vide Balthasar nel suo sguardo dilagò la paura.

– Chi siete? Lavorate per lui, non è vero? – chiese con voce tremante.

Lui restò in silenzio, quindi si sedette accanto a lei sul bordo del letto. Delicatamente le prese una mano, mentre la donna lo guardava con terrore misto a incomprensione. Con un movimento misurato le rimboccò la manica della tunica di lana grezza. Il braccio recava due lunghe cicatrici che correvano dal gomito fino al polso.

– Già, è proprio lei. – disse semplicemente.

La giovane si alzò con un lamento, allontanandosi dalla presa di lui e aggrappandosi a Sorella Ana, in una muta supplica. L’anziana non la guardò nemmeno.

– Certo che è lei. Avete ciò per cui siete venuto. Andatevene ora.

Indifferente ai singhiozzi della ragazza uscì dalla stanza, mentre Balthasar si alzava e posava una mano sulla spalla della giovane. Era una spalla magra e fragile quanto l’essere a cui apparteneva.

– Avanti sorellina, è tempo di tornare a casa.

Lei lo guardò, il terrore scomparso e sostituito dalla rassegnazione. In fondo non era che una schiava: per quanti sforzi avesse compiuto era stata spezzata troppe volte e troppo a lungo per poter contrastare l’ennesima avversità.

– Fate strada, mio signore.
Mentre si allontanavano in silenzio dal Tempio Balthasar si tenne a mezzo metro dietro di lei, guardingo. Difficilmente avrebbe tentato la fuga, ma era meglio stare attenti: quella donna valeva più oro di quanto pesasse. Ciò nondimeno si sentiva decisamente più rilassato, ora che il lavoro era quasi al termine. Una volta riportata la schiava sarebbe stato pagato: c’era solo da sopportare mezz’ora di cammino in quell’atmosfra funebre.

Dopo qualche minuto il silenzio si fece teso come la pelle troppo sottile di un tamburo millenario. Stava riconducendo una donna ancora nemmeno adulta, incinta e disperata dal suo grasso e laido padrone: un po’ di conversazione, pensò, non poteva che alleggerire la situazione.

– Allora splendore, come ti chiami? – disse lui con forzata (e inopportuna) allegria.

– Corthea, mio signore.

– Bene Corthea, ti consiglio di stirare un sorriso sul tuo bel volto per quando arriveremo a Qadath! Non essere tanto affranta: il tuo padrone deve volerti bene, ha persino assunto il sottoscritto per ritrovare te e il suo futuro figlio. Approfittare del suo intenerimento per scappare non è stato carino.

Nessuna risposta. Poteva immaginare quegli occhi vuoti fissare il terreno; forse persi nel nulla, forse nella fantasia di una vita che lei non avrebbe mai avuto – immolata a quella che avrebbe generato.

Forse intenti ad elaborare una fuga.

Si avvicinò di un passo, cingendole le spalle con un braccio. Lei rabbrividì, visibilmente a disagio.

– La vita della madre di un bastardo non è poi tanto male. Forse un giorno potrebbe anche liberarvi, chissà. – insistette con un sorriso di calce. Un demone maligno gli si insinuò sul fondo della coscienza: chi stai cercando di convincere, Balthasar? Lei o te stesso? Lo cacciò sostituendolo con l’immagine di un grosso sacco pieno d’oro.
– Per quando è previsto il lieto evento?

Occhi inchiodati a terra, la donna mormorò – Questione di giorni, mio signore.

– Giorni! Fantastico. Davvero fantastico. E’ una fortuna che io ti abbia trovata. Sai, detto fra me e te, non sono molto d’accordo sulle politiche triumvirali in tema di nascite. Ma ehi – anche un figlio non amato può crescere su in modo più o meno decente. Guarda me, che..

Mentre sciorinava quella sequela di opinioni non richieste la vide vide mordersi un labbro e mormorare qualcosa di inudibile.

– Come dici?

– Amo mia figlia più della mia stessa vita, mio signore.

– Bé, non per essere pignolo ma non credo tu lo stessi per dimostrare nel migliore dei modi.

Per la prima volta da quando si erano incontrati nella stanza del Tempio, lei alzò gli occhi e lo guardò dritto in faccia. Inaspettatamente Balthasar non vide alcuna paura: solo orgoglio, e cieco disprezzo.

– Il mio padrone vi ha reso edotto della posizione che ricopro fra i suoi schiavi?

– Uhm.. No, non mi pare che lo abbia fatto.

Sorrise. Un sorriso amaro. – Non ne dubito. Sono lo strumento della sua quotidiana catarsi dagli impulsi del Nemico.

Scandì quel titolo con stolida lentezza, ma Balthasar poté cogliere la portata di orrore celata dietro ogni parola. Deglutì.

– Oh. Già, si – cioé, no, non capisco che intendi, la religione non è il mio forte. – disse, rivolgendo la sua attenzione ad un punto apparentemente molto interessante situato all’orizzonte.

– Ad alcuni basta il sesso. Al mio padrone no. “Il Nemico esige sangue”, è solito ripetermi. Il suo strumento preferito è il rasoio –. Parlava con voce monocorde, come se stesse ripetendo un testo a memoria. Come se ciò che raccontava non la riguardasse.

– Quando scoprì di avermi messa incinta.. Ne fu contento. Molto. Disse che avrebbe badato lui alla bambina – il responso dell’Oracolo di Thul è stato chiaro – e che ne avrebbe fatto un uso più che adeguato. Non vedeva l’ora di poterla stringere fra le sue braccia, così mi disse.

Balthasar si concentrò intensamente sul sacco pieno d’oro di poco prima. Fu come mettere un alto muro a ventiquattro carati fra sé e le parole della schiava.

– Piuttosto che la vita che l’aspetta, avrei preferito donare a mia figlia la morte. Ma non mi è stato possibile. Perciò guidatemi pure al mio destino, mio signore: lo accetto. Ciò che non accetto sono le vostre insinuazioni.

Non disse più una parola per tutto il resto del tragitto.

 

 

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