Storia di uno scorpione - 3 #LegaNerd
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Quell’episodio, se non altro, servì a distrarlo: si ritrovò di fronte al Tempio senza quasi rendersene conto. Era un edificio maestoso: una scalinata in marmo bianco terminava sul lato di un vasto peripato rettangolare; le colonne che lo costellavano recavano tuttavia il segno del tempo, così come l’edificio a forma di U che cingeva gli altri tre lati del peripato.

 

Una donna stava seduta su una panca, ad occhi chiusi; non appena Balthasar mise piede sul peripato li aprì e li posò su di lui. Indossava l’abito delle appartenenti al culto, una tunica color crema lunga fino alle caviglie con ricamato un intricato simbolo all’altezza del ventre, il cappuccio floscio che ricadeva sulle spalle. In un attimo fu così vicina a Balthasar che lui potè contarle le rughe del volto, osservare le radici biondo paglia dei capelli già imbiancati. Gli occhi erano castani, con una leggera sfumatura giallastra delle cornee.

Lei dal canto suo squadrò il nuovo arrivato con sospetto: aveva di fronte un uomo più vicino ai trenta che ai venti, alto e secco come una spiga di grano. I capelli erano una massa compatta di riccioli neri, incorniciavano un volto segnato da molteplici vizi moltiplicati per molteplici anni che tuttavia non intaccavano il verde degli occhi irreverenti.

Sorella Ana processò tutte queste informazioni in un solo termine: pericoloso. Balthasar lo sapeva e si concesse di immaginarne anche un secondo, affascinante. Anche se quest’ultimo derivava dall’altissima opinione che lui aveva di sé stesso e che riteneva il mondo dovesse avere di lui.

– Madre, Silas dell’Accademie delle Scienze porge i suoi saluti a voi e al vostro riverito ordine. – disse eseguendo un perfetto baciamano. Le dita di lei erano ossute e notò che recavano alle estremità macchie di un colore simile a quello della cornea. La donna non diminuì la carica di sospetto della sua espressione ma accennò un sorriso.

– E Sorella Ana ti porge i suoi, figlio. Cosa ti porta nel nostro Tempio? Sei forse qui per pregare la Vergine?

– Non esattamente. Mi chiedevo se fosse possibile visitare il Tempio e avere qualche informazione sul vostro ordine.

La donna corrucciò la fronte. – Per quale motivo? Questo è un luogo di preghiera e meditazione, non di visite.

– Ne sono consapevole ma, vedete, l’Accademia delle Scienze di Qadath sta redigendo per conto dell’Autorità Triumvirale una versione aggiornata della “Storia del Regno” e in merito al vostro ordine è stata avvertita la necessità di fare chiarezza su alcuni punti. – Sciorinò quella menzogna spudorata col più onesto dei sorrisi. – Ovviamente ci rendiamo conto che per un simile disturbo sarà d’uopo contribuire con un adeguato obolo.

La donna chinò il capo con umiltà. – Il nostro ordine vive solo della misericordia altrui. – Il sospetto era sparito dal suo volto: si era trasformata in un’anziana e fragile signora gentile.

– Già, già, esatto. Volete farmi strada?

Dopo alcuni minuti avevano percorso il Peripato già due volte, mentre la donna sciorinava con voce monotona le origini dell’Ordine. Balthasar finse di prendere appunti, cercando di vincere la noia.

– Dopo sei vergini, il signore di Kalh’az non era ancora soddisfatto. Toccò dunque alla settima schiava sacrificarsi alla sua cieca brama di carne e sangue. Ma ella, a differenza delle altre, era di animo onesto e puro. Stesa sul letto del tiranno levò una muta preghiera al Dio affinché la salvasse dalla fine orribile che le si prospettava, arrivando a promettere finanche sé stessa pur di non essere toccata dall’uomo. La forza della sua fede venne ricompensata e il tiranno cadde prima di poterla violare, il suo cuore nero dilaniato dalla giustizia divina. Dopo di che Lei ascese al cielo, e da quel giorno siede con l’Eterno vegliando su tutte le donne di questo mondo.

– Salvata da un tiranno per servirne un altro, insomma. – mormorò Balthasar in mezzo a uno sbadiglio.

– Come dici, figliolo?

– Nulla madre, nulla. E’ molto interessante ma ciò che all’Accademia preme è di conoscere l’attuale stato dell’ordine. Per esempio – disse fermandosi di fronte ad un ampio portone in bronzo – qui è dove pregate, giusto?
– Il luogo più sacro del Tempio, si. – Spinse con fatica i battenti verso l’interno, ed entrarono. La sala era più lunga che larga e terminava in uno spazio circolare dotato di alcune panche poste attorno ad una statua dalle fattezze femminili. Balthasar valutò con un’occhiata che c’era posto per cinquanta, sessanta persone al massimo. Il soffitto era più alto delle colonne esterne e non vi erano finestre. Solo centinaia di candele illuminavano il luogo, dove la visibilità era resa ancor più difficoltosa dal fumo dei braceri di incenso posti ai lati di un lungo tappeto. Camminando verso il centro Balthasar inspirò profondamente i fumi stordenti che lo avvolgevano, rischiando di sentirsi male. All’odore di incenso, notò, ne era misto un altro.

– Qui è dove inizia e comincia la giornata di ogni novizia. La sveglia è al sorgere del sole e dopo le abluzioni mattutine vi è la prima delle sette orazioni della giornata. – La donna continuò in una lunga e noiosa descrizione della routine delle fedeli, fatta di preghiere, pasti scarni e ancora preghiere, mentre Balthasar esplorava con lo sguardo lo spazio circostante.

– Quella porta dove conduce? – disse indicando una porta in legno a metà del muro ad est.

– Alle stanze delle appartenenti all’ordine. – rispose la donna con noncuranza. – Vogliamo tornare fuori?

Una volta che furono usciti Balthasar si fece mostrare il refettorio e alcune delle stanze vuote, quindi tornò all’ingresso del Tempio con Sorella Ana.

– Dunque figliolo, sei soddisfatto?

Grattandosi la nuca, lui annuì lentamente. Era ora di andare in scena.

– Sapete che esiste una versione alternativa della storia che mi avete raccontato? – disse fissando il vuoto. La donna restò in silenzio. – Pare – continuò lui senza guardarla – che la settima vergine non fosse poi così onesta e pura. Vergine lo era, ma era anche la figlia di un pirata delle acque meridionali, uno dei più spietati. Catturata e venduta come schiava, aveva giurato che nessun uomo l’avrebbe mai avuta. Quando il signore di Kalh’az (ignaro di chi fosse) la fece portare nelle sue stanze, lei lo lasciò stendere su di sé, fingendosi inerme e terrorizzata. Poi sfilò dalla cintura dell’uomo una daga che l’idiota si era dimenticato addosso, conficcandogliela alla base della nuca e arrivando a trafiggere la propria stessa gola. Lui non fece nemmeno in tempo a tirare fuori l’uccello.

Sorella Ana aveva ascoltato Balthasar con sdegno crescente, finò a sospirare inorridita all’ultimo commento. – Ti prego di non proferire simili blasfemie all’interno dei nostri sacri confini! – sibilò. Sembrava molto meno fragile e gentile di prima. Lui schioccò la lingua, voltandosi a guardarla. I suoi occhi verdi sembravano scrutare la donna fino al nocciolo dell’anima. Le si avvicino fino a farle sentire il proprio respiro. Sarà anche stata anziana, ma non poteva resistere alla tentazione di mettere in imbarazzo una vergine.

– Sapete sorella, avete degli occhi molto belli. – Lei indietreggiò, infastidita più che imbarazzata. – E molto gialli. Come le vostre dita. E soprattutto – aggiunse mostrandole i palmi delle sue mani. – Come le mie. – La donna guardò le sue mani, le labbra serrate sottili come la lama di un coltello.

– Mi chiedo in che modo un’appartenente al vostro ordine possa avere a che fare con l’Alchimia…
disse incrociando le braccia e spostando il peso su una gamba sola. – Che tutto questo abbia qualcosa a che fare con la notevole sproporzione fra le dimensioni della sala di preghiera e il numero di alloggi presenti nell’edificio?! Non mi ci raccapezzo.

Sebben all’inizio sembrasse pietrificata, Sorella Ana aveva riguadagnato la propria compostezza ed era tornata a sorridere come una maestra paziente di fronte ad un alunno indisciplinato. – I vostri sforzi sono ingiustificati: non vi è alcun mistero. Il giallo delle mie mani deriva da ciò che maneggio in cucina; quanto alle dimensioni dovete tener presente che molte delle stanze sono attualmente vuote. L’edificio risale a prima che l’ordine vi si stabilisse ed è persin troppo spazioso per noi.

Aveva abbandonato il “tu” in favore di un ben più formale “voi”. Balthasar registrò il fatto come positivo: iniziava a prenderlo sul serio. Sembrò aver di colpo realizzato l’ovvietà della situazione, ed annuì comprensivo. Subito dopo però aggrottò la fronte e sollevò un dito, come fulminato da un nuovo dubbio. – Eppure il refettorio è ben più grande della sala di preghiera, e dalla sporcizia che ho notato su tutti i tavoli direi che viene utilizzato ampiamente.

La donna non si arrese. – Le novizie sono pigre e aspettano che tutti i tavoli siano stati usati prima di pulirli a dovere. Dove volete andare a parare?

Si strinse nelle spalle. – Più stanze del dovuto, più persone che apparentemente le occupano senza far parte dell’ordine.. Non sarebbe azzardato pensare che questo non sia un semplice luogo di preghiera e meditazione. Che offriate servizi di altro genere, magari a donne disperate e prive di un altro posto dove andare.

– E con questo? Coloro che desiderano dedicarsi alla meditazione sono le benvenute da noi. Il mondo fuori da qui può essere crudele e gravare i loro spirti oltre l’umana sopportazione. Siamo anche disposte ad ospitarle per brevi periodi se è questo che desiderano.

– Certo, e sono sicuro che in questi brevi periodi vengano tutte quante alleggerite del fardello che le grava. Sono pronto a scommettere che delle vostre occasionali ospiti non ce ne sia una senza un bel pancione gonfio. – Dall’espressione della donna fu certo di aver colto nel segno. – Come pensavo. Certo saprete che simili pratiche sono severamente vietate dalla legge Triumvirale.

– Non potete provare niente.

Balthasar assunse un’aria corrucciata. – E’ vero, non posso. Quello che potrei fare è non tornare a Qadath entro mezz’ora e lasciare che la mia assistente mandi a cercarmi una pattuglia delle Guardie Imperiali, alle quali suggerirei di cercare per l’edificio le donne incinta che nascondete. Una presenza difficile da giustificare in un ordine di vergini.

Sorella Ana aveva abbandonato ogni pretesa di falsa tenerezza e lo guardava ora con occhi duri. – Non troverebbero nulla.

– Già, sono sicuro non ci mettereste molto a nasconderle o a farle fuggire. – Scrollò le spalle con un sospiro, apparentemente all’angolo. Poi sfoderò la sua carta migliore. – Quello che invece vi richiederebbe molto più tempo sarebbe smaltire il laboratorio al quale si accede direttamente dalla sala della preghiera. L’incenso è una buona idea, ma un naso sottile come il mio sa riconoscere l’effluvio dell’infuso di silfio.

Era fatta: sorella Ana sembro perdere di colpo tutta la propria solidità, afflosciandosi come un sacco vuoto. – Si può sapere chi siete? – disse con voce spezzata.

Gli occhi verdi di Balthasar mandarono lampi di vittoria, mentre un ghigno soddisfatto gli si spalmava sul volto. – Il mio nome è Balthasar Von Urs. Investigatore. Ed ora che ne dite di ascoltare ciò che voglio?
Era una domanda retorica, ma gli piaceva sempre porla.

 

 

 

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