» Storia di uno scorpione – 2
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Pintus Caius Atreius era un uomo dalla mole immensa e dagli immensi appetiti. A Balthasar era bastata una sola occhiata per capirlo. Portava un anello ad ogni dito della mano e il collo già quasi invisibile era avvolto da un gigantesco medaglione d’argento inciso; sudaticcio e sgradevole alla vista, il suo inaspettato cliente si era asciugato la testa quasi pelata con un fazzoletto di seta ricamata , tossendo rumorosamente e sedendosi di fronte a lu

 

– Vi siete scelto una sistemazione pittoresca, messer Balthasar. Invero, pittoresca a dir poco.

– Perdonatemi se non vi offro nulla, mio Lord; è solo una, uhm, soluzione provvisoria, questa. Conto di trasferirmi nel Secondo Anello entro la prossima luna.

Quello aveva sorriso con aria untuosa – Ne sono certo. Ma vi prego, lasciate certi appellativi a chi li merita: un mercante non è che un uomo del popolo.

– Come desiderate. Dunque messer Pintus, cosa vi porta qui?
L’uomo si era leccato le labbra – Mi siete stato consigliato da una mia cara amica, madama Lt’hk; è rimasta decisamente soddisfatta del vostro precedente servizio e vi ha indicato come un uomo in grado di gestire questioni.. spinose.

Per un attimo Balthasar era apparso confuso. Madama chi? – Oh, aspettate, intendete madama Litika? – Quello aveva assunto una posa altezzosa. – Volendo usare la dizione barbara. Non mi direte che siete fra quelli che incontrano difficoltà nel pronunciare correttamente i nomi della Nobile Stirpe?

– Si, vabbè. Madama Litika, eh? – Il ricordo della donna gli aveva dipinto un sorriso affilato sul volto: gomiti sul tavolo e punte delle dita unite, era diventato consapevole che da quel momento in poi la conversazione avrebbe preso una piega interessante. – Ricordo bene il suo caso. Devo supporre si tratti di qualcosa del genere?

Il grasso mercante gli era parso improvvisamente molto più sudato di prima. Gli occhi erano corsi alla porta dietro di lui, quindi nuovamente a Balthasar.

– Vi prego, parlate liberamente. Nessun orecchio indiscreto qui.
Rassicurato, si era avvicinato di qualche centimetro. – Mi è stato sottratto qualcosa di vitale importanza. Ma voi capite, la delicatezza del problema è tale che… E anche il tempo non ci è amico…

– Discrezione e rapidità sono il mio motto. Andate avanti.

Dopo che il mercante si fu spiegato, il sorriso sul volto di Balthasar esprimeva la soddisfazione di un lupo che che ha appena intravisto una pecora molto grassa e molto lenta. Si era appoggiato con aria lasciva allo schienale della sedia, tanto rilassato quanto il suo interlocutore era teso.

– Mi è tutto chiaro. Posso garantirvi che riavrete ciò che è vostro. Vogliamo parlare del mio onorario, ora? – Il ghigno sul suo voto sembrava voler sottintendere che sarebbe stata una cifra indecorosamente alta. E l’aria rassegnata del mercante sembrava indicare che lo sapeva, e che l’avrebbe accettata comunque . In quei casi accettavano sempre.

 

Il Tempio della Settima Vergine si trovava a circa un chilometro ad Ovest della città; era lì che Balthasar era diretto. Oltrepassando il cancello meridionale del Terzo Anello di Qadath accarezzò alcune ipotesi su come avrebbe speso la sua ricompensa. Avrebbe potuto saldare qualche debito, certo; oppure avrebbe potuto affittare una stanza del Paradiso e godere di tutto ciò che quel posto aveva da offrire a delle tasche generose. Propendeva decisamente per la seconda ipotesi.

La strada che conduceva al tempio era in terra battuta, larga quanto bastava per far passare due carri uno accanto all’altro. Balthasar la percorreva a piedi, e di tanto in tanto incrociava il carretto di qualche mercante diretto verso la città. Oltre a questi sporadici incontri la strada era deserta e attraversava la pianura in curve e volute come un solitario ed immobile serpente marrone.

Fu dietro una di queste curve che Balthasar si ritrovò a tu per tu con un quadretto assai poco edificante. Sul ciglio della strada stavano quattro uomini: l’armatura in cuoio nero e metallo brunito, insieme con le lance e il gladio appeso alla cintura, non permettevano di sbagliarsi: era una pattuglia della Guardia Cittadina, il corpo di pubblica sicurezza meno amato fra quelli di cui si componevano le gerarchie militari del Regno.

Fra i suoi ranghi annoverava perlopiù cadetti che avevano fallito l’addestramento dell’Accademia Militare, criminali in fuga oppressi dal bisogno di un nuovo inizio e semplici violenti non abbastanza stupidi da sfogare i propri impulsi andando contro le leggi Triumvirali. Insomma, una schiera di elementi dal notevole spessore morale e dotati di ugual affabilità. Di fronte a loro stava una coppia di giovani, un uomo e una donna: sembravano umani, ma ad un secondo sguardo si rivelarono essere due mezz’elfi.

Due delle quattro guardie erano intente a frugare dentro alcuni sacchi, presumibilmente i bagagli dei giovani, mentre le altre due squadravano la lei della coppia con un sorriso identico ed ugualmente sgradevole.

– Ma tu guarda! Balthasar, il ratto di fogna più amato del Terzo Anello, mette il muso fuori dalla tana. Quale importantissimo compito ti trascina fuori dal tuo stesso sudiciume?

Quella voce, strascicata e sprezzante, gli scivolò sulla nuca come le zampe di un insetto. Fissare con ostentato interesse il campo di girasoli dall’altro lato della strada, e camminare il più velocemente possibile, non era bastato a Balthasar per evitare di essere riconosciuto. Si voltò, costretto di fronte ad un volto noto che avrebbe preferito non vedere.

– Gita di piacere, Ascros. – disse con voce piatta, rivoltandosi e continuando a camminare.

– Allora hai qualcosa in comune con questi due mezzosangue. A differenza del fatto che loro non hanno un lasciapassare, né i soldi per pagarselo. Ma tu lo sai, noi siamo uomini di buon cuore. Troveremo un modo per metterci d’accordo. – continuò l’uomo chiamato Ascros, rivolgendo quell’ultimo commento alla donna che gli stava davanti. Lei, dal canto suo, si limitò a stringere la mano del compagno, sul volto un’espressione di terrore.

Balthasar stava giusto per svoltare una curva nella strada, quando qualcosa lo afferrò al polso. Si voltò, trovandosi di fronte il volto del giovane mezz’elfo. Negli occhi spalancati c’era una supplica intensa come solo quelle mosse dalla paura potevano essere.

– Messere vi prego noi non ci conosciamo ma io e mia moglie abbiamo bisogno di entrare in città e non possiamo spendere quel poco che abbiamo in bustarelle e e voi sembrate conoscere questi uomini perciò forse potreste parlare con loro o anche solo anticiparci i soldi necessari lavorerò per ripagarvi sono un uomo onesto e.. – Balbettò la sua preghiera affrettandosi dietro ogni parola, incespicando sulla metà di esse. Balthasar si liberò dalla sua morsa, distogliendo lo sguardo e assumendo un’espressione piatta.

– Spiacente, sono al verde. Quanto a quei gentiluomini, non ho mai avuto il piacere di incontrarli prima d’ora. – Dopo quella laconica e poco onesta risposta si voltò, continuando a camminare. Il mezz’elfo rimase lì, come pietrificato. Alle sue spalle risuono una risata, ma Balthasar non perse tempo a voltarsi. No, rifletté: decisamente non gli mancavano, i giorni spesi a servire nella Guardia Cittadina.

 

 

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