» Storia di uno scorpione – 1
6

provass

Ci sono tre cose fondamentali da tenere a mente, quando si ha a che fare con un Elfo.

 

La prima è che tutti gli Elfi sono piuttosto permalosi. Non che gliene si possa fare una colpa: arroganza, permalosità e un tendenziale sospetto per tutto quanto di diverso da loro esista fanno parte del loro retaggio genetico tanto quanto le orecchie a punta. Solo secoli di lenta commistione con le altre razze sono riusciti a diluire simili qualità nelle generazioni più giovani.

La seconda è che le femmine del popolo Elfico sono molto più permalose dei maschi. Dove risieda il perché di ciò – se nell’attributo di genere o in quello razziale – è oggetto di diatriba dalla notte dei tempi.

La terza ed ultima cosa è che non esiste un popolo maggiormente predisposto alla pratica delle Arti Arcane. Sebbene maghi si nasca, le statistiche suggeriscono che siano gli Elfi a detenere il primato di nascite magiche, almeno negli ultimi cento anni. Quanto alla pratica, pochi possono negare che un’Evocazione del Fuoco umana non possa competere, in maestosità e fantasia, con il suo equivalente elfico.

Nel rivolgere alla propria assistente un colorito invito ad infilarsi le sue richieste dove nessuno le sarebbe mai più andate a cercare, Balthasar doveva evidentemente aver dimenticato almeno due delle tre citate considerazioni. Il sibilare di un modesto globo di fuoco a pochi centimetri dal suo orecchio sinistro sembrò tuttavia ricordargliele di colpo. Mentre le fiamme si spalmavano sul muro di granito alle sue spalle, chiamò a raccolta tutta la sobrietà residua necessaria ad alzarsi, tirare fuori il suo collaudato sorriso da seduttore ed andare verso la stanza attigua, dove si appoggiò al muro nella posa più languida possibile – cosa non facile, vista l’ostinazione con cui il suolo tentava di spalmarsi sulla sua facccia.

– Keria, tesoro, lo sai che nessuno ti apprezza più di me. Non volevo essere brusco, ma è stata una giornata lunga. Vogliamo dimenticare questa sciocchezza e tornare alle nostre occupazioni, ora? Prima che l’ufficio prenda fuoco?

La donna, seduta al tavolo di legno sommerso per metà da pergamene, era intenta a scrivere su una di esse con una penna d’aquila; la intinse nel calamaio ricolmo di inchiostro bluastro, quindi gli rivolse un’occhiata altera da dietro il proprio monocolo.

– Uno, quello che tu chiami “ufficio” è una catapecchia di roccia sgretolata e legno fradicio, dimenticata dal Dio nel recesso più umido del Terzo Anello e probabilmente in procinto di crollare. Perciò nell’improbabile ipotesi che questi quattro sassi prendano fuoco, dubito che qualcuno li piangerebbe.

– Non essere cattiva, in fondo il laboratorio…

– DUE – lo interruppe lei alzando la voce di un tono – Non credo che in nessun anello, nemmeno nel Primo, un arretrato di quaranta sesterzi d’oro possa essere considerato “una sciocchezza”. E tre, il sole non è ancora a picco e tu hai già trangugiato più caraffe di Lykeòn di quante un Nano è solito bere in una settimana. Considerato che ovviamente non le hai pagate, ciò porta i tuoi debiti complessivi all’ammontare di – disse finendo di scrivere sulla pergamena con un gesto stizzito – Trecentosedici sesterzi d’oro, dodici quarti d’argento e tre libbre di bronzo.

Balthasar allargò il sorriso, speranzoso che questo e un protratto silenzio potessero magicamente risolvere quell’imbarazzante situazione. Sembrò funzionare perchè l’Elfa si limito ad arricciare il naso, per poi rituffarsi con uno sbuffo fra le sue pergamene.

– E levati quella smorfia dalla faccia, sembra tu stia per vomitare.

Fu profetica: dieci minuti dopo il suo datore di lavoro era chino su un secchio di rame in un angolo della propria stanza, a tu per tu con i liquidi della mattina. Rimase in ginocchio fino ad essere sicuro di star meglio, quindi si rialzò con un grugnito afferrando il manico del secchio e ciondolando verso l’uscita. Keria, ancora immersa nel suo lavoro, si limitò a gettargli un’occhiata di sdegno che lui nemmeno notò.

Fuori l’aria era fredda, il cielo grigio come la pelliccia di un topo. Nonostante fosse solo l’inizio della stagione invernale, il gelo sembrava avere fretta di avvolgere la città nella propria morsa inesorabile, dal Terzo al Primo Anello, per i lunghi mesi che sarebbero seguiti. In cima ai bassi tetti di paglia e mattoni d’argilla alcuni corvi si contendevano qualcosa, forse un brandello di carne. Non si udiva altro suono che il loro gracchiare: continuo e martellante.

Per Balthasar quel rumore era come l’urlo di mille Banshee. Dal fondo del vicolo arrivava un’odore di immondizia e decomposizione, lì dove stavano accatastati mucchi di frutta marcia e altri scarti della vicina taverna. Si turò il naso con la mano libera, andando verso l’origine del fetore e scaricando il contenuto del suo secchio più in fretta che potè. Il che fu la sua rovina: metà del contenuto gli si rovesciò sui piedi, insozzando i suoi stivali.

– Dannato sia Rl’yeh! Non proprio questi stivali!

Cercò attorno a sé qualcosa per pulirsi, ma la cosa più simile ad uno straccio sembrava essere appena uscita dal fegato sanguinante di una vacca, perciò decise di tornare in ufficio e sperare che Keria potesse rimediare.

Mentre camminava, si domandò distrattamente come avesse potuto essere così stupido da indossare i suoi stivali preferiti in un giorno qualunque. A quella domanda oziosa il suo cervello diede una risposta tanto ovvia quanto temuta: quello non era un giorno qualunque. Seguì la presa di coscienza del perché, e la conseguente corsa a rotta di collo verso l’ufficio.

– L’accordo con quel dannato ciccione di Pintus scade oggi! – ringhiò sbattendo la porta e rivolgendosi all’Elfa, come se la colpa fosse sua. L’uomo sbronzo e sorridente di poc’anzi era sparito, lasciandosene dietro uno dalle occhiaie infossate, la barba incolta e la voce rauca per il vomito, simile al ringhio di un vecchio randagio. – Se non trovo… l’articolo entro il tramonto posso dire addio al compenso – La donna si limitò a fissarlo.

– Un compenso che ho già abbondantemente speso, capisci?!

– Presumo sia troppo sperare che questa spesa pertenga ai miei stipendi, vero?

Il commento cadde nel vuoto, mentre Balthasar si precipitava nella stanza accanto con un lamento. Rovistò nel ripiano inferiore della propria scrivania, un caos di fogli di pergamena contenenti gli appunti più svariati, fino a trovare quello che cercava. Quando l’ebbe letto l’espressione corrucciata della fronte si distese parzialmente, mentre le labbra si piegavano in un ghigno di soddisfazione. Ciò che aveva appena letto riattivò i centri della sua memoria: se quel giorno aveva indossato gli stivali, era perché era certo che sarebbe stato giorno di paga. Ora sapeva dove andare.

 

 

Aree Tematiche
Cool Story Bro
Tag
Edit
LN Panic Mode - Premi "P" per tornare a Lega Nerd