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La-storia-infinita-04

Salve a tutti, ho in mente di provare a scrivere un sequel della storia infinita. Mi accingo al compito nel modo più umile possibile (più umile, ancora un po’ più umile, ecco così), sopratutto perché è bene o male il mio primo racconto; prometto che farò del mio meglio per cercare di non “stuprare” un simile testo.

Per ora ho scritto l’introduzione, 2900 parole, spero non siano troppe per la pubblicazione nella rubrica Cool Story Bro.

 

 

Un’infinità di storie

 

Era una mattina di maggio quando la madre l’aveva portata al collegio per la prima volta, e fuori pioveva.
Lucia aveva sempre amato la pioggia e si incantò ad ammirarla.

Era inizio settembre ed erano diversi giorni che pioveva quasi ininterrottamente.
L’autunno era arrivato presto quell’anno e faceva molto freddo.
Lucia non amava quel collegio, le mancavano casa sua, i vecchi amici e spesso anche sua mamma, ma proprio per non procurare un dispiacere a quest’ultima aveva sempre celato la sua nostalgia e aveva fatto del suo meglio per integrarsi nella sua nuova dimora.
“Nuova” si fa per dire, era lì ormai da oltre due anni.
L’autunno era la sua stagione preferita, gli alberi si coloravano come pastelli e la pioggia dolce e fresca la faceva sentire viva come non mai.
Detestava rimanere lì rinchiusa.
Non riusciva a seguire i discorsi dei professori, trovava di gran lunga più piacevole ascoltare il suono della pioggia.
“Signorina Sigismondi dal Preside.” disse il professor De Leonardis in tono brusco.
Per questa ragione veniva spesso richiamata, ma i suoi sforzi per stare attenta duravano sempre poco.
Camminando per i corridoi pensò che non sarebbe stata espulsa per essersi distratta una volta di troppo, ma comunque si sentiva in apprensione per l’incontro con il Preside.
Sarebbe stata la seconda volta che lo vedeva.

 

Pioveva ancora, era notte e Lucia non dormiva.
Non aveva mai difficoltà a prendere sonno ma quella sera non si sentiva affatto stanca.
Avrebbe voluto uscire sotto l’acqua, o almeno aprire una finestra e sentire le gocce toccarle la mano.
Il preside era stato gentile, aveva detto che era normale che una bambina della sua età fosse un po’ disattenta e l’aveva rimandata in classe facendosi promettere che avrebbe cercato di prestare più attenzione alle lezioni.
Rimase per qualche minuto incollata al vetro della grande finestra che dava sul cortile, decise di uscire.
Agli studenti era vietato muoversi da soli di notte, ma tutte le escursioni previste per quel periodo erano state annullate per il maltempo e lei da troppo tempo non usciva all’aria aperta.
Rimase un attimo immobile, valutando se fosse il caso di abbandonare quel progetto di fuga: se fosse stata scoperta sua madre lo sarebbe di certo venuta a sapere.
Non voleva procurare alla mamma altre preoccupazioni, a lei che lavorava sempre e che pur apparendo sempre allegra e sorridente era, agli occhi di Lucia, visibilmente afflitta da un grande dolore.
Ma in fondo la sua non era una vera fuga, avrebbe soltanto fatto due passi all’aperto… non c’era nulla di male.
Si vesti silenziosamente e si avventurò per la scalinata che portava al piano inferiore.
Giunta al pian terreno si avviò verso l’uscita ma dovette fermarsi quando si accorse che qualcuno stava entrando, bagnato fradicio, proprio in quel momento.
Lucia si nascose dietro lo stipite della porta che dal corridoio dava sul grande ingresso, ma l’uomo, coperto da un’impermeabile verde scuro si era già asciugato i piedi ed ora veniva verso di lei.
Probabilmente non l’aveva ancora vista ed era semplicemente diretto ad uno sei piani superiori, allora la bambina cercò una stanza dove nascondersi, ma le porte erano tutte chiuse.
Qualcosa in quell’istante allarmò lo sconosciuto (forse il rumore di una delle maniglie che Lucia cercava di girare, o semplicemente i passi seppur leggeri della bambina) che urlò: “Chi va là?”.
Lucia si mise a correre, se fosse stata trovata in giro per la scuola a quell’ora avrebbe passato di certo guai peggiori della semplice ramanzina subita quella mattina stessa dal Preside.
Senza fermarsi provava ad aprire le porte davanti alle quali passava ma a quell’ora le aule vuote erano già state chiuse a chiave dai bidelli.
Lucia era veloce per avere dieci anni, ma non poteva certo tenere il passo di un adulto.
Era quasi stata raggiunta quando finalmente se ne aprì una.
Entrò senza pensarci due volte e si andò a nascondere dietro uno scaffale, vicino ad una parete di quel salone scarsamente illuminato.
Dopo pochi secondi sentì il portone spalancarsi ma non sbirciò, per timore di essere vista.
L’uomo si aggirava per lo stanzone: era stata fortunata, era entrata nella biblioteca, probabilmente la stanza più grande del collegio e di certo quella dove sarebbe stato più difficile per chiunque trovarla.
Si sedette per terra più comoda che poté e tirò un sospiro di sollievo.
Sospiro che, disgraziatamente, l’uomo udì.
Voltatosi iniziò a camminare lentamente nella direzione da cui aveva sentito provenire il suono, con l’orecchio teso a cogliere altri eventuali rumori.
La bambina non poteva scappare ne nascondersi e stava per essere scoperta, era una situazione senza via di scampo.
Vedeva le scarpe dello sconosciuto ormai a pochi passi da lei quando nella sala si accesero le luci e sentì la voce del professor De Leonardis esclamare: “Buonasera signor Preside, cosa la porta da queste parti ad un’ora tanto tarda?”
“Salve professore, facciamo le ore piccole eh?
Io stavo inseguendo qualcuno, un ragazzino credo, che si aggirava da solo per la scuola.
Poi ho sentito una porta chiudersi e lui è sparito.
Deve essere entrato qui, credo anche di aver avvertito il suo respiro.”
“Che strano, io sono qui a correggere i compiti di italiano da diverse ore e le garantisco che non ho visto nessuno…”
“Non le dispiace se do un’occhiata in giro, vero?
In fondo non può che essere qui.”
“Faccia pure, ma non crede che se uno studente fosse entrato correndo me ne sarei accorto?”
“Io l’ho sentito entrare, e l’ho anche sentito ansimare per la corsa…”
“In realtà, i sospiri erano miei.
Vorrei vedere lei al mio posto!
La correzione è davvero stressante, sembra che all’improvviso le doppie e gli accenti siano diventati optional!
Per non parlare della punteggiatura!
Cosa darei per vedere una virgola ogni tanto!
Probabilmente il ragazzino sarà entrato in un’altra aula, ed ora sarà già a letto a quietare con il sonno lo spavento che gli avete fatto prendere.”
“Bhe… è possibile…”
“In questo caso le consiglio di imitarlo!
Le auguro di passare una buona notte.”
“Effettivamente sono molto stanco.
Grazie… e buon lavoro.”
Il Preside uscì chiudendo la porta alle sue spalle, e Lucia fu sollevata dal sentire i suoi passi mentre si allontanava.
La bambina rimase in attesa, aveva scampato il pericolo maggiore, ma doveva ancora trovare il modo di tornare in camera senza farsi vedere dal professor De Leonardis…
Non sapeva decidersi se fosse meglio sgusciare via cercando di non farsi vedere o attendere che fosse il professore ad andare a dormire, così da non correre rischi.
Si era quasi risolta per la seconda opzione, rassegnandosi ad una lunga attesa, quando il professore prese un libro dallo scaffale dietro il quale lei si era nascosta e i due si trovarono faccia a faccia.
“Buonasera signorina Sigismondi.”
Lucia era impietrita dalla sorpresa e dallo spavento, non lo aveva neppure sentito avvicinarsi.
Non riuscì a mettere insieme che le parole “Buonasera professore” sussurrate con una voce tanto flebile che se si fosse trovata a più di 30 centimetri dal suo interlocutore questo non l’avrebbe neppure sentita.
“Questa biblioteca è frequentata più di notte che di giorno!
Non sapevo amasse tanto i libri!
Mi dica, è sua abitudine venire qui ogni sera?”
Lucia non sapeva cosa rispondere, era confusa dalle parole del suo professore che sembrava non dare importanza al fatto che a quell’ora lei sarebbe dovuta stare nel suo letto a dormire, come gli altri studenti.
“Io… no… io in realtà… volevo uscire…”
“Con questo tempo?
E perché mai?”
“Mi sarebbe piaciuto andare a correre sotto la pioggia… prendere un po’ d’aria… è più di un mese che non esco da questo collegio…”
“Ma ti ammalerai!
Capisco che non sia facile restare al chiuso per tanto tempo, ma le regole di solito sono fatte per una ragione.”
“Si professore… mi scusi… non accadrà più.”
“Se vuole posso prestarle un buon libro.
Non sarà come correre sotto la pioggia ma le sere in cui non dovesse riuscire a prendere sonno le farà compagnia e magari potrà convincerla meglio di me ad evitare rischiose scampagnate notturne.
Che genere predilige?”
“Veramente… io… non amo la lettura…”
“E perché mai?”
“La trovo noiosa, e poi mi distraggo facilmente.
Una volta c’era un ragazzino, un po’ più grande di me che mi raccontava delle storie, ma era diverso perché io dovevo solo ascoltare, e poi le sue storie erano così belle…”
“Ma allora il problema è solo che non ha ancora trovato un libro che sappia prenderla davvero!
Aspetti qui, torno in un minuto.”
Il professore  si addentrò nella biblioteca lasciandola sola con i suoi pensieri.
Pensava a quel ragazzino.
Si chiamava Bastiano Baldassare Bucci, e ricordava di aver passato pomeriggi interi ad ascoltarlo mentre la mamma lavorava.
Le sue storie erano sempre nuove e diverse, non ci si poteva annoiare nel sentirlo.
Però poi tutto era cambiato: lei era andata in collegio e lo vedeva assai raramente.
Ma anche potendo non avrebbe voluto rincontrarlo.
L’aveva visto l’ultima volta l’anno prima, e lui le aveva raccontato una storia  bellissima anche se molto più lunga delle altre.
Poi però aveva iniziato a comportarsi in modo strano: aveva cercato di farle credere che quella storia fosse vera, che lui stesso, Bastiano Baldassare Bucci in persona, era stato in un mondo chiamato Fantasia e che aveva passato tutte quelle incredibili avventure che le aveva appena raccontato.
Lei si era offesa, pensava che il ragazzino si stesse prendendo gioco di lei, ed era scappata dalla mamma per non dover più sentire le bugie che lui le raccontava.
Ma anche lì non trovò pace, Bastiano la rincorreva urlandole “Non ti prendo in giro! Ti ho raccontato tutta la verità!” allora lei si mise a piangere e solo allora la mamma la prese in braccio e la portò a casa.
Vide che il professore stava tornando con un grosso libro sotto il braccio.
“Ecco a lei” disse, e glielo porse.
Il titolo diceva “La Storia Infinita” e Lucia pensò che fosse un nome appropriato alla dimensione del tomo.
Non sarebbe mai riuscita a leggerlo tutto.
“Professore non ne avrebbe uno un po’ più… piccolo?
In fondo io di solito non ho problemi ad addormentarmi, e questo non riuscirei mai a finirlo!”
“Ahahahahah!
Non si preoccupi!
Quando ero giovane, prima di leggerlo, la pensavo allo stesso modo e le garantisco che una volta iniziato non riuscirà più a fermarsi per fare nient’altro!
Ma mi faccia un favore, ha già detto che le sembra molto lungo, ora mi descriva la copertina del libro.”
Lucia era confusa, guardò il libro che fino a pochi secondi prima era stato nelle mani del professore.
“Ehm… è molto bella… di un blu profondo e lucido… posso quasi specchiarmici… e c’è scritto in grandi lettere “La Storia Infinita”.”
“Ma signorina vuole che non sappia il titolo del libro che le ho dato?”
“Ma… veramente… lei mi ha chiesto…”
“Suvvia vada a dormire, è molto tardi e per stasera non credo avrà problemi ad addormentarsi.”
“Si, vado subito… e grazie!”
Ma il professore si era già reimmerso nella lettura dei compiti di italiano e nemmeno la sentì.
Lucia corse via dalla biblioteca stando attenta a non far rumore.
Era vero, si sentiva molto stanca, la mezza notte doveva essere passata ormai da molto.
Si trascinò su per le scale e senza neppure cambiarsi si lasciò cadere sul letto e si addormentò.

 

“Svegliati Lucy!
O faremo tardi a lezione!”
Era Jennifer, che le sbandierava un orologio davanti al viso.
Lucy e Jenny avevano fatto amicizia l’anno prima, quando i genitori di Jenny si erano separati e, volendola entrambi con se, avevano deciso che era giusto che la ragazzina non stesse con nessuno dei due e l’avevano messa in collegio.
Lucia chiese all’amica di darle l’orologio e si accorse che mancavano solo dieci minuti all’inizio delle lezioni.
Si affrettò a fare lo zaino ma non aveva tempo per cambiarsi, sarebbe andata in classe con i vestiti sgualciti del giorno prima, con cui aveva dormito.

 

“Per questo l’importanza delle frazioni è dovuta al fatto che ci permettono di…”
A Lucia la matematica era sempre piaciuta e di solito non aveva difficoltà a seguire la lezione della professoressa Bianchini.
Invece quella mattina era caduta nei suoi pensieri  quasi immediatamente.
Era ancora stanca per l’escursione serale ed inoltre non si sentiva molto bene.
Le girava un po’ la testa, forse perché aveva dormito meno del solito, e non vedeva l’ora che arrivasse l’ora della merenda.
Sperava che un po’ di cibo le avrebbe ridato le forze…
“ed è così che si possono addizionare due frazioni con basi differenti…
Signorina Sigismondi sta seguendo?”
Lucia cadeva dalle nuvole: “Io… in realtà.. non mi sento troppo…”
“Non cerchi scuse.
Avevo sentito dire dagli altri professori che la sua attenzione ultimamente stava divenendo sempre più labile, ma adesso inizia a perdersi anche durante la lezione di matematica?
Cos’è?
Si crede tanto brava da non aver bisogno di ascoltare?
Il suo comportamento è inaccettabile!
Ora si alzi immediatamente e vada dal preside!”
Lucia non disse una parola.
Questa volta rischiava come minimo una sospensione.
Era nel panico.
Si alzò, e si avviò verso la porta.
Era ancora tra i banchi quando tutto iniziò a ruotare intorno a lei che perse l’equilibrio e, cadendo, svenne.

 

Lucia si svegliò.
Aveva caldo.
Era in un letto bianco, ma non riusciva a distinguere altro nella penombra della stanza.
Si ricordò che la mattina non si sentiva bene e che era svenuta in aula, dovevano averla portata in ospedale.
Accese la luce sul comodino e si mise seduta, si sentiva molto meglio ora, vide la sua cartellina ai piedi del letto.
Si alzò in piedi, aveva fame.
Aveva appena messo piede fuori dalla camera quando una grossa donna col camice azzurro la sollevò di peso e la riportò sul letto.
“Dove pensavi di andare?”
Era la dottoressa Trifoglio, ma lei la conosceva come Marzia, la pediatra della scuola.
Quindi si trovava in infermeria.
Lei e Marzia si conoscevano da tempo: Lucia accompagnava spesso qualche sua amica influenzata o a cui girava semplicemente la testa.
Invece a lei non era mai successo di ammalarsi in quei due anni.
“Io… volevo qualcosa da mangiare…”
“Per questo non c’è problema.
Torno subito.”
Come la dottoressa si allontanò Lucia notò un grande orologio appeso alla parete alla sua destra.
Era molto tardi, erano già passate le undici.
Marzia tornò quasi immediatamente con un piatto di tortellini in brodo, una mela ed una fetta di torta.
“Non è molto, ma a quest’ora le cucine sono chiuse e questo è tutto quello che sono riuscita a rimediare.
Dovrai accontentarti, almeno fino a domani mattina.”
“Va benissimo così, grazie!
Sai cosa mi è successo?”
“Hai avuto un mancamento, è strano alla tua età quindi dovrò tenerti in osservazione per un paio di giorni.
Non devi preoccuparti, sono già arrivati i risultati di gran parte degli esami che ti ho fatto nel pomeriggio e sembra che tu stia benissimo, ma per sicurezza è meglio che tu non ti muova da quel letto per un po’.
Per caso sei caduta ultimamente?
Hai sbattuto la testa?
O mangiato qualcosa di strano?
Insomma, hai fatto qualcosa di insolito?”
“In realtà ieri sono andata a dormire … ehm… un po’ più tardi del solito…” si senti in dovere di aggiungere Lucia “ma per il resto… mi sembra di non aver fatto nulla di particolare.”
“Bhe, in effetti lo svenimento potrebbe essere semplicemente dipeso dalla mancanza di sonno.
Comunque non c’è nulla di cui preoccuparsi.”
In quel momento una donna sulla trentina entrò nella stanza.
“Mamma!” urlò Lucia.
“Ciao tesoro!” rispose la madre correndo ad abbracciarla.
Aveva il viso stanco.
“Sono accorsa appena ho potuto” e poi rivolgendosi alla dottoressa “buonasera, sono la madre di Lucia, le chiedo scusa se sono venuta a quest’ora ma lavoro lontano, spero che lei comprenda…
Dovevo assolutamente sincerarmi delle condizioni di mia figlia…”
“Non si preoccupi, questo è il mio mestiere.
Lei non disturba affatto e, può stare tranquilla, sua figlia non corre alcun pericolo.
La teniamo qui solo per monitorare la sue condizioni, ma in un paio di giorni potrà tornare alla normale routine.”
“Grazie al cielo!
Non ha idea di quanto mi sia spaventata!
Come ti senti piccola mia?”
Lucia si sentiva quasi in colpa per aver fatto preoccupare inutilmente la mamma, ma era tanto felice di vederla.
“Sto bene.”
“Signora mi dispiace ma devo chiederle di lasciar riposare sua figlia” intervenne la dottoressa “è molto tardi e lei ha bisogno di stare tranquilla e dormire, potrà parlarle domani.
Se vuole può rimanere a dormire da noi.
Venga con me, le faccio preparare una camera.
“Grazie.”
“Ciao mamma” salutò Lucia.
“Ciao piccola”
“Vado a dormire anch’io,” disse uscendo la dottoressa rivolgendosi alla bambina “ma di qualunque cosa tu avessi bisogno non esitare a chiamarmi. Buonanotte.”
“Ok, e grazie ancora!” Rispose Lucia.
Rimasta sola la bambina divorò la sua cena.
Ora si sentiva molto meglio.
Si accorse però che, nonostante fosse quasi mezzanotte non aveva affatto sonno.
In fondo si era appena svegliata.
Fissò per qualche istante il grande orologio rotondo attaccato alla parete, poi si guardò intorno in cerca di qualcosa che potesse aiutarla a passare il tempo.
Non trovando nella stanza nessun oggetto degno di attenzione ripensò alla cartellina ai piedi del letto.
La raccolse cercando un foglio ed una matita per disegnare.
Le capitò allora per le mani quel libro che il professor De Leonardis le aveva prestato il giorno prima.

Bhe, le matite colorate erano rimaste sul banco… quindi… in mancanza di alternative…

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